2026/03/24

I cialtroni: capire l'italiano.

 Dal Corriere della sera  del 26/03/2026

CIALTRONERIA, parola da salvare 

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diPaolo Di Stefano| 23 marzo 2026

È una parola che piaceva molto a Pietro Aretino, il poeta del Cinquecento rimasto famoso per i sonetti lussuriosi e per i «dialoghi puttaneschi» conosciuti con il titolo di Ragionamenti. La parola, di origine non certa (qualcuno azzarda un colorito incrocio tra «ciarlone» e «poltrone»), non ha perso nulla dell’antica efficacia: «cialtrone». La prima definizione che ne dà lo Zingarelli è questa: «individuo spregevole, scorretto, privo di serietà, inaffidabile». Il secondo significato è quello originario, caduto in disuso e forse meno pregnante: «persona sciatta, trasandata». Aretino al femminile ne fa un sinonimo di «puttana» che ancora oggi potrebbe avere un suo senso se depurato della connotazione misogina. Sempre nel dizionario Zanichelli, il lemma è preceduto da un piccolo trifoglio che segnala le parole da salvare. E la redazione della Zanichelli non può immaginare quanta gioia ho provato nel vedere quel minuscolo simboletto: «parola da salvare». Perché non vedo vocabolo migliore per definire la gran parte degli illustri personaggi pubblici che scorrono quotidianamente nei telegiornali. Veri, autentici, inarrivabili cialtroni. Non c’è parola migliore. Praticanti seriali di «cialtronate» o «cialtronerie» senza paragone. Anzi, a dirla tutta non si può non essere grati all’indimenticato (e chissà perché bistrattato) vate Giosue (sì, Carducci) per avere battezzato la «cialtroneria». E quante volte vorremmo dire a quei cialtroni ciò che il glorioso Poeta del Pio Bove scrisse in un momento di rabbia creativa a un professore suo collega: «faccia di non avvicinarsi alla mia persona perché la mia vecchiaia ha ancora tanto vigore da applicare alla S.V. una sufficiente dose di scapaccioni e calci per curarla della ingenita o acquisita cialtroneria d’impacciarsi a seccare con le sue stupidaggini e insolenze». Verrebbe persino voglia di convocare un solenne Bove (non pio ma il più empio possibile) per pregarlo di sferrare lui stesso qualche deciso scapaccione e un paio di decisivi calci (in culo Carducci non lo scrive ma lo pensa) a quelle onorevoli S.V. e cioè ai tanti cialtroni che vengono a disturbare le nostre giornate con le loro fandonie, spacconate, vanterie, fanfaronate, rodomontate, sbruffonerie, castronerie (tutte parole degne di trifoglio nel nostro tempo globalmente cialtrone).

Da leggere: Indro Montanelli: Cialtroni...


2026/03/23

Investigate to evaluate - Conoscere per giudicare

 Una indagine di Bellingcat che è indiscutibilmente al di sopra di ogni sospetto.

Clicca qui per accedere con Youtube

.... we’ve been continuing to monitor Border Patrol and ICE activities in the US. Working with our partners at Evident Media and CalMatters, we analysed more than 85 hours of social media and bodycam footage, as well as court documents and incident reports, to try to unpack the actions of agents across the country.  

Here’s the latest from Bellingcat.



PS: Immagini saranno pubblicate appena le regole di Google Blogger me lo consentiranno.







2026/02/22

Hokey: il derby d'America a Milano

 (Corsera: 22/ Feb. 2026)

Storia di una rivalità sportiva diventata geoeconomica

di Francesco Battistini

«La geografia ci ha resi vicini. La storia ci ha resi amici. L’economia ci ha resi soci. E la necessità ci ha resi alleati. Quelli che la natura ha così unito, l’uomo non li separi» (John F. Kennedy, 1961).

«Essere i vicini dell’America è come dormire con un elefante. Non importa quanto amichevole sia la bestia: s’è influenzati da ogni sussulto e grugnito» (Pierre Trudeau, premier canadese, 1982).

«Americani e canadesi sono due persone che condividono un cuore. Non ci sono due nazioni sulla Terra così legate. E devo dire che mi piacciono tutte le vostre squadre, tranne i Leafs dell’hockey» (Joe Biden, presidente americano, 2023).

«Il Canada ha approfittato di noi» (Donald Trump, presidente americano, 2026).



Parlano la stessa lingua, amano gli stessi sport, bevono lo stesso orribile caffè. Condividono il confine più lungo del mondo, sette volte l’Italia. Han firmato il più antico accordo di libero scambio fra due ex colonie inglesi. Han combattuto le due guerre mondiali sullo stesso fronte, e idem nella Guerra Fredda. Han partecipato alle medesime missioni internazionali, sono stati insieme in Afghanistan (ma in Iraq, no: i canadesi si rifiutarono d’andarci). E naturalmente la Nato, l’accordo di libero scambio assieme al Messico e quello d’intelligence (i Five Eyes) con inglesi, australiani e neozelandesi. In tutti i sondaggi, canadesi e americani si definiscono reciprocamente «il mio straniero preferito». «Che ci piaccia o no», chiosò una volta un deputato socialista di Ottawa, Robert Thompson, «gli americani sono i nostri migliori amici».
Poi, com’è nelle amicizie non sempre sincerissime, c’è sempre stata la zona d’ombra, il livore non rivelato, che prima di Trump si notava poco e raramente diventava un problema politico. La diversa tolleranza sulla circolazione delle armi, per dirne una. O il sistema sanitario pubblico e in buona parte pure quello scolastico. Le rivalità nell’Artico come in Alaska, o gl’interessi opposti nell’industria del legno. Il separatismo dei canadesi francofoni e l’asilo offerto ai disertori americani: che fosse quello ai tempi della Guerra Civile, negli anni del del Vietnam o nell’avventura bushista dell’Iraq. Ma quando fu eletto presidente, Barack Obama riprese la tradizione di tutti gl’inquilini della Casa Bianca (interrotta da George W. Bush) di compiere in Canada il primo viaggio all’estero: « Nonostante le nostre differenze — disse chiaro —, noi ci amiamo. Io amo questo Paese. E non potremmo avere un amico e un alleato migliore».
La tempesta Trump ha investito in pieno l’acero canadese. Cadono Leafs, e non solo per l’hockey. Solo questo mese, il presidente Usa ha minacciato dazi al 100% — con gravi problemi alla siderurgia, all’industria automobilistica e al mercato dell’alluminio —, assieme al blocco del ponte sospeso fra Michigan e Ontario, intitolato peraltro a un famoso giocatore di hockey. Quanta pazienza, i canadesi: in un anno, si son sentiti definire «il 51esimo Stato americano», proporre l’annessione, chiamare il premier «il vostro governatore». Con Trudeau (figlio), l’incontro è somigliato a una di quelle risse sul ghiaccio che Trump tanto ama. E se c’è sempre stato nell’identità canadese, e fin dai tempi della Rivoluzione, un certo vanto nel definirsi «non americani», il trumpismo di questo secondo mandato ha risvegliato il sentimento. Qualcosa, probabilmente, si sarebbe percepito anche oggi sugli spalti di Santa Giulia, se The Donald si fosse presentato. 

«Basta sovrani!», è una scritta apparsa qualche giorno fa su un cavalcavia di Montreal. Sovrani e sovranisti. Una piccola isola sul fiume Otonabee, intitolata al principe Andrea appena arrestato per il caso Epstein, ha chiesto di cambiare nome. Si capisce. Il Canada rimane pur sempre una monarchia parlamentare: Carlo d’Inghilterra ne è formalmente il capo di Stato. Ed è questa la corona, forse, che Trump più invidia.